Storia della sede

Il nostro istituto iniziò la sua attività il 1 marzo del 1943 come Sezione d’Archivio di stato (D. del 5 gennaio 1943). La sede fu fissata nei locali della civica Biblioteca Bertoliana e la reggenza della neonata istituzione venne affidata ad Antonio Dalla Pozza, direttore della biblioteca medesima e conservatore dell’archivio storico comunale.

1674, Vicenza, convento di San Biagio. (ASVi, Corporazioni religiose, Convento di San Biagio b. 19)A Vicenza, come in tutte le altre città del Veneto, le locali biblioteche s’erano trovate progressivamente a svolgere la funzione di conservatori di nuclei archivistici anche statali dopo l’unità d’Italia. Nessun provvedimento legislativo era infatti intervenuto per regolamentare la conservazione dei fondi archivistici in strutture di concentramento e l’unico Archivio statale esistente in territorio veneto, quello di Venezia, risaliva all’epoca austriaca.

Nel momento di entrata in vigore e di successiva applicazione della legge del 22 dicembre 1939, n. 2006, che prevedeva l’istituzione in ogni capoluogo di provincia di una sezione d’Archivio di Stato, anche la civica Biblioteca Bertoliana si trovava, dunque, ad essere conservatrice di diversi fondi documentali. Oltre all’archivio dell’antico Comune ed a quelli di diverse famiglie nobili vicentine, le erano pervenuti fondi di proprietà statale come quelli delle corporazioni religiose e laicali, degli estimi antichi e delle magistrature giudiziarie venete. (A. Dalla Pozza in “Notizie degli Archivi di Stato”, III, 1943, nn. 3-4, pp134-137; G. Dal Lago, La Biblioteca Bertoliana e gli archivi annessi, in “ Studi e fonti del Medioevo Vicentino e Veneto” I, Vicenza 2002.)

L’amministrazione centrale, però, all’epoca il Ministero dell’Interno, spingeva affinché s’arrivasse all’individuazione di una sede autonoma, appositamente costruita e idonea a ricevere tutti i fondi archivistici, sia quelli ancora giacenti presso i rispettivi uffici, sia quelli già riuniti nelle strutture della Bertoliana, sia quelli provvisoriamente accolti nel mezzanino del palazzo Bonin Longare, in corso Palladio.

E poiché la legge del 1939 affidava allora a ciascuna amministrazione provinciale l’onere di provvedere ai locali dei rispettivi archivi di Stato, fu quest’organo ad acquistare, nel 1956, un’area in via Spalato, dove s’innalzavano un capannone ed il fabbricato di una vecchia fabbrica dismessa di dentifrici e ciprie, di proprietà Lancerotto.

I lavori di sistemazione e riadattamento delle precedenti strutture, seguiti dal professor Luigi Lanfranchi, nuovo direttore della Sezione dal 1957, s’ ispirarono all’istituto di Udine, che all’epoca sembrava essere all’avanguardia nel settore archivistico. Il trasferimento nel nuovo edificio avvenne nel 1959 ed il 28 maggio del 1960 la sede fu ufficialmente inaugurata con taglio del nastro e benedizione vescovile. La direzione da quel momento venne affidata ad Antonio Cian e fu proprio sotto la sua guida che avvenne la trasformazione della Sezione vicentina in Archivio di Stato, nel 1963, in seguito all’applicazione del DPR n. 1469 del 30 settembre di quell’anno.

Anche questa nuova sede, però, una volta accolti i fondi archivistici trasferiti dalla Biblioteca Bertoliana, si dimostrò sempre più inadeguata ed insufficiente a ricevere tutto il carico di materiale documentario che ancora giaceva nei diversi uffici statali e che puntualmente le veniva versato. Ancora una volta s’affacciò la necessità di reperire nuovi e più ampi spazi da destinare a deposito. L’ampliamento dello stabile occupato non era proponibile perché la Provincia stessa necessitava di ambienti per collocarvi gli uffici del Medico provinciale e del Veterinario.
Non vennero rintracciati sul territorio di Vicenza beni demaniali adatti ad essere trasformati in archivio. Furono scartate la proposta della ditta Maltauro per un’area in viale Margherita ed anche quella della società Montedison per la zona di viale Mazzini, ritenuta troppo vicina all’acciaieria Valbruna. Fu ritenuta, invece, interessante l’offerta del commendatore Getulio Campagnolo, che prospettava una soluzione su un’area posta in Borgo Casale, comprensiva della costruzione di due edifici, da concedere poi in locazione allo Stato.

La pratica edilizia, presentata nel 1971 dalla ditta Campagnolo, rimase bloccata per alcuni anni negli uffici comunali perché la zona, qualificata residenziale secondo il piano regolatore, non poteva accogliere anche edifici di pubblica utilità. Soltanto nel 1974 si ottenne la debita autorizzazione. I lavori s’avviarono prontamente e proseguirono fino al 1978. Dal 1 giugno di quell’anno l’Archivio di Stato di Vicenza vi ha preso sede, in Borgo Casale, al civico n. 91 e ha visto alla sua guida prima (1973) Giuseppe Leonardi e poi, dal 1983, Giovanni Marcadella. Dal 1 maggio 2015 è incaricata della direzione Maria Luigia De Gregorio.
Ma ancora una volta l’istituto vicentino ha saturato le sue possibilità conservative e la prospettiva di trovare una sede più capiente e adeguata alle esigenze d’oggi si fa necessaria ed urgente. L’idea è divenuta in questi anni un grande progetto, che prevede il recupero edilizio e funzionale del complesso monasteriale cinquecentesco di San Biagio, più noto per essere stato per quasi due secoli l’istituto carcerario vicentino, ove insediarvi un centro archivistico integrato tra Stato ed enti pubblici locali.

NOTA STORICA SU SAN BIAGIO
Veduta della città di Vicenza e di Monte Berico, 1633. Miniatura in matricola del Collegio dei notai di Vicenza del 1633. (ASVi, Collegio dei notai di Vicenza b. 74)Il convento di San Biagio, in prossimità del ponte Pusterla, venne edificato nella prima metà del Cinquecento. Il 20 dicembre del 1521 la comunità francescana acquistò da Cardino Poiana, figlio di Gregorio, un possedimento di terreni in Pra’ del Purgo, detto anche contra’ dell’Asenello, in una zona che si staccava dalla contrada poi chiamata di Pedemuro San Biagio e che arrivava fino alla sponda del Bacchiglione, presso il ponte di Pusterla.

In realtà un convento dedicato a San Biagio dell’ordine di san Francesco dell’Osservanza esisteva già nel borgo di Santa Croce. E’ probabile che i frati vi si fossero insediati dopo il 1420, quando a Vicenza si diffusero gli insegnamenti di san Bernardino da Siena, promotore dei movimenti di rinnovamento della regola francescana.
La decisione di trasferirsi in una zona più centrale fu determinata da diversi fattori ed è possibile che tutte le vecchie strutture siano state riutilizzate per la costruzione del nuovo complesso.

Un antico documento grafico datato 1539, a firma di Rocco fu Zuanantonio Romiti, rileva la misurazione della chiesa fatta da maestro Bon, tagliapietra, assistito da Agostino Veraro. Il documento sta conservato nel fondo di San Biagio, in Archivio di Stato. Ciò che esso ci restituisce, seppur con tecnica un po’ maldestra, è l’aspetto più antico della chiesa, quello riferibile ai primissimi suoi anni, ma già arricchito di ben dieci cappelle, cinque per lato, di un’ampia abside e, sulla destra, entro una cappella pur essa absidata, il sepolcreto, forse dei frati. È un edificio ad unica navata lunga 114 piedi (35 m e 50 cm) e larga 40 (12,50 m).
Nei secoli successivi, fino alla profanazione operata dai napoleonici, la chiesa ebbe trasformazioni anche strutturali, come asserì Maria Teresa Dirani in un suo lavoro editoriale dedicato a San Biagio nel 1988.
La ricostruzione che la studiosa propose sulla base di un confronto con le testimonianze seicentesche di Marco Boschini (“I Gioielli Pittoreschi della Città di Vicenza, 1667), quelle settecentesche di G.T. Faccioli (“Museum Lapidarium Vicentinum”, vol I, parte prima, Vicenza 1776) e di P.Baldarini, L. Araldi, E.Buffetti (“Descrizione delle Architetture, Pitture e Sculture di Vicenza”, 1779, Vicenza), nonché con documenti archivistici, come il “Catalogo Legati”, presente in b.5 dell’archivio storico del convento, intravede ben sette cappelle per lato, con altari sottoposti al giuspatronato delle più eminenti aristocrazie vicentine, dai Valmarana ai Trissino, dai Caldogno ai Porto-Godi-Pigafetta, e con opere dei maggiori pittori che Vicenza conobbe in quel torno di tempo (Alessandro Maganza, Bartolomeo e Benedetto Montagna, Gian Francesco Barbieri detto il Guercino, Palma il Giovine, Girolamo Forni e poi ancora Pietro Liberi, il Pasqualotto).

Riprendendo un’appendice che la citata autrice ha riservato al suo studio sul nuovo San Biagio, come impulso per un’esplorazione più ampia, di quella che lei fece, dei documenti estimali della Vicenza cinquecentesca, possiamo ricavare osservazioni interessanti riguardo alla collocazione che i frati scelsero per il loro convento.

Prima della costruzione dei chiostri, sembra che il Prà del Purgo fosse effettivamente un terreno deserto, lievemente digradante verso la sponda del fiume. Il suo nome fa pensare anche ad attività artigianali ed a conseguenti scarichi residuali. Esso andava ad affacciarsi alla strada che congiungeva la porta di Pusterla con quella di San Lorenzo o Porta Nuova, che contornava a nord il centro abitato con botteghe ed altri servizi. Si chiamava Pedemuro, poiché seguiva il tracciato della più antica cinta muraria cittadina.
Convento e chiesa trovarono posto in riva al fiume, ad occupare l’ansa che esso descrive con doppia curva prima di lambire il ponte di Pusterla. Verso la città e verso pure la cortina di muro e torresini d’impianto tardomiedoevale, che ne profilava la proprietà ad occidente, fu lasciato sussistere un ampio brolo, delimitato dalla cortina difensiva medesima e da una recinzione che s’affacciava alla via pubblica.

Di fronte ad essa s’aprivano le contrade nobili, i palazzi aristocratici della stradella degli Stalli e di contrà Porti. Sbucava in quel punto anche l’antica stradella della Frezzeria, ove un tempo più lontano trovavano posto le botteghe artigiane dei fabbricanti di frecce. Ma proprio lì, ad affacciarsi all’ampio sagrato della chiesa di San Biagio, giungeva pure la medioevale, corta ma vivace contrà delle Stue, dove s’aprivano i bagni sudatori con tutto il loro apparato per i massaggi ed anche per qualche piccolo intervento chirurgico.
Sul fiume, poi, approfittando della forza che le acque conseguivano alla duplice ansa, lavoravano ruote di mulini e proprio a ridosso dal sagrato si riconosceva la ben nota Busa dei Munari. In quel fazzoletto di terra, che portava dal sagrato alle botteghe dei mugnai, nel 1987 i lavori di scavo aperti dalle Aziende Municipalizzate portarono alla luce una “fossa da butto” di materiali fittili di un antico laboratorio, con pregevoli frammenti di piatti e scodelle in terracotta ingobbiata graffita e dipinta, datati tra Quattro e Cinquecento.

Con l’occupazione francese del 1797 il convento venne chiuso e la struttura fu destinata a caserma di gendarmeria e a carcere militare.
Beni mobili, ornamenti, quadri, i libri della biblioteca, gli utensili della rinomata farmacia, le suppellettili rituali andarono incontro alla dispersione più atroce, peggiore anche di quella che fu riservata al patrimonio d’altri monasteri e conventi, a causa del particolare ed immediato uso a casermaggio, cui fu destinato il San Biagio.
Ci risulta così dispersa, insieme alle altre, anche la grande tavola che ornava il coro e che chiudeva magnificamente la navata. Era opera di Bartolomeo Montagna e raffigurava la Vergine con il Bambino in trono su uno sfondo architettonico e paesaggistico, insieme con i santi Biagio, Francesco, Antonio da Padova, Bernardino, Bonaventura ed un vescovo, tutti di tradizione francescana. Non è andata dispersa, invece, la predella, che riporta il martirio di san Biagio. Attribuita ad un pittore veneto della metà del Quattrocento, essa si trova oggi in Museo Civico di Palazzo Chiericati, come legato di Paolina Porto Godi Pigafetta, nella cui collezione si trovava all’inizio dell’Ottocento.

Nel 1812 fu presentato un progetto che prevedeva la trasformazione del convento in carcere. In note coeve si parla di trasformazioni ed adattamenti, che destinavano a carcere i livelli superiori e facevano sussistere il casermaggio al piano terra, mentre la chiesa, totalmente spogliata, funzionava da stalla.

E così il destino di San Biagio fu segnato. Negli anni tra il 1872 ed il 1892 furono eseguiti lavori notevoli e radicali, che trasformarono la struttura religiosa, perfino nei suoi mistici chiostri, in un edificio penale. Per più di un secolo e mezzo essa fu il carcere mandamentale vicentino e subì, per questa sua destinazione, tutti gli interventi che solo la funzione assunta bastava a motivare, al di fuori e al di sopra di qualsiasi altra riserva sul valore storico, artistico, religioso, etc. etc.

Fu una trasformazione a tratti radicale, che portò a demolizioni, innalzamenti, superfetazioni, chiusure e, nell’ambito dell’orto, a nuove costruzioni, che continuarono per tutta la seconda metà dell’Ottocento ed anche nel Novecento, fino al 1986, quando San Biagio fu abbandonato dall’amministrazione carceraria.
Paurosi oltraggi subì nel frattempo anche la chiesa. Non bastarono la spoliazione e le conseguenti dispersioni, non bastò neppure il dispregio con cui la gestione napoleonica ne fece la stalla per la cavalleria. Nel 1928 parte del fabbricato claustrale e la chiesa furono cedute al Reale Automobile Club d’Italia, affinché ne ricavasse la propria sede e facesse uso della volumetria dell’edificio religioso per installarvi un’autorimessa pubblica. Ecco l’origine di quel vergognoso uso, che ancor oggi si perpetua.
Ora la struttura, convento, chiesa, perfino edifici carcerari, affronta una decadenza senza riparo ed attende una riqualificazione.